L'attacco in Iran non è solo una tragedia umanitaria e di diritto. È anche un disastro economico che già si ripercuote sul Paese.
In 24 ore i prezzi di petrolio e gas sono volati, la causa sarebbero le tensioni nello Stretto di Hormuz, le raffinerie colpite e il panico dei mercati.
L'Europa osserva impotente mentre gli USA giocano a destabilizzare il Medio Oriente per i loro interessi.
Ma c'è un dettaglio su cui troppo spesso si sorvola: la speculazione.
Il carburante che compriamo oggi è stato estratto settimane fa, prima del conflitto. Eppure il prezzo si è alzato immediatamente. È la finanza che specula sulle nostre vite e l'intera filiera produttiva ne risulterà impattata.
E il Governo può rimediare?
Il problema è strutturale. Dal 1992 abbiamo smantellato il controllo pubblico sull'energia, che prima era al 100% controllata.
Oggi lo Stato di ENI possiede appena il 32%. Il resto è privato, affidato progressivamente negli anni ai rampolli del settore privato e della finanza.
L'Italia non ha strumenti per intervenire, se non gettando milioni di euro pubblici per tamponare l'emergenza. Milioni sottratti a sanità , istruzione e al welfare in generale.
Servirebbe un settore pubblico forte. Servirebbe tenere l'energia lontana dalle logiche di borsa. Invece abbiamo assistito a una lunga svendita, presentata come "compartecipazione", che in realtà si traduce in "svendita dei diritti" al miglior offerente. Lasciando tutti i cittadini e le cittadine a galleggiare autonomamente nei propri problemi, con la certezza di chi affonderà per primo.
Oggi il petrolio, domani sanità e istruzione. Per questo bisogna ribadire con forza che il Paese necessità di un settore pubblico forte. Per questo dobbiamo continuare a mobilitarci per abbattere un governo e sistema colluso, servo degli Stati Uniti e incapace di difendere gli interessi degli italiani.




