Mentre Stati Uniti e Israele aprono un nuovo fronte di guerra in Iran, le conseguenze non si misurano solo in termini geopolitici. Si misurano nel pieno di carburante che facciamo ogni settimana, nella bolletta del gas, nei costi di trasporto che ricadranno su famiglie e piccole imprese.
L’attuale situazione nel Golfo Persico – con il coinvolgimento di gran parte dei Paesi confinanti – sta mettendo in crisi il traffico marittimo in una delle aree più strategiche al mondo per il trasporto di greggio e gas naturale liquefatto. E quando si blocca o si rallenta quella rotta, il conto arriva immediatamente anche in Italia e in Europa.
I numeri parlano chiaro.
Il Brent, benchmark di riferimento per Medio Oriente, Europa e Africa, è passato dai 72 dollari al barile del 27 febbraio agli attuali 79 dollari, con un aumento del +9,7%.
Il WTI è salito dai 66,5 dollari ai 72,80 dollari al barile (+9,4%).
Alle stelle anche il gas naturale in Europa: i future sul contratto di marzo all’hub TTF hanno registrato un balzo fino a 39,91 euro per megawattora, con un’impennata vicina al +25%, per poi stabilizzarsi attorno ai 39 euro.
Tradotto: gasolio più caro, benzina più cara, bollette più alte.
E quando aumentano energia e carburanti, aumenta tutto: trasporti, alimentari, produzione industriale.
La guerra non la pagano i governi che la dichiarano.
La pagano i cittadini, le famiglie, i lavoratori, le piccole imprese.
Ancora una volta, decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza si trasformano in un prelievo forzoso sulle tasche degli italiani. Senza che nessuno ci abbia chiesto nulla.
Paese Reale dice con chiarezza:
no all’escalation militare, no alle guerre per procura, no a un sistema internazionale in cui i costi vengono scaricati sempre sui popoli.
Perché la pace non è solo un valore morale.
È una necessità economica e sociale.
E questa guerra la stiamo già pagando noi.




